Un viaggio nella storia delle intelligenze artificiali con Simone Arcagni

IMG_8969Simone Arcagni è un professore presso la IULM di Milano, ma anche un autore, divulgatore ed esperto in due ambiti apparentemente opposti: da una parte, la cultura; dall’altra, i media digitali e l’IA. 

In occasione della Notte Nazionale dei Licei Classici di quest’anno, che ha avuto luogo venerdì scorso, abbiamo avuto il piacere di incontrarlo nella nostra sede di via Bligny 1 bis. Attraverso un breve viaggio tra storia e letteratura, il prof. Arcagni ci ha dimostrato come le macchine siano parte integrante dei sogni, delle fantasie e delle vicende degli uomini; infine ha risposto alle domande ispirate dal suo L’Algoritmo di Babele (Solferino Libri, 2024).

Il nostro percorso inizia molto tempo fa: prima di arrivare al primissimo utilizzo del termine “intelligenza artificiale “, dobbiamo infatti tornare un poco indietro – giusto di qualche millennio.

Siamo nell’ottavo secolo a.C., l’Iliade ormai ha preso la forma con cui arriverà fino a noi. Libro XVIII: Teti si reca presso Efesto – l’artefice – perché costruisca nuove armi per Achille, bramoso di vendetta per la morte di Patroclo. Il fabbro deforme è qui accompagnato da “vaghe ancelle, tutte d’oro, e a vive giovinette simili, entro il cui seno avea messo il gran fabbro e voce e vita e vigor d’intelletto e delle care arti insegnate dai Celesti il senno” (vv. 525-578, trad. V. Monti). Allo stesso modo, nelle sue Argonautiche Apollonio Rodio descrive Talos, “robotico” difensore di Creta. È l’ultimo degli “uomini di bronzo”, animato da una vena di sangue alla caviglia, protetta da una sottile membrana.

Qui arriva la prima riflessione di Arcagni: già per gli antichi greci, anche le macchine sono imperfette e hanno dei punti deboli. Perché? Banalmente, poiché sono costruite da noi umani. In quanto tali esistono in un tempo determinato e hanno molti tratti in comune con i loro creatori. Proseguiamo con le prime tecniche mnemoniche e di riflessione critica: dalla mnemotecnica di Cicerone, alle prime macchine ideate da Pico della Mirandola e Raimondo Lullo; tutti teorizzano una giustapposizione di immagini e concetti che permetta lo sviluppo di ragionamenti logici in automatico. Arriva Giordano Bruno: prima della sua infelice fine, crea le “rote”, rotelle con combinazioni di simboli, numeri e lettere, con le quali egli prevede di poter ricreare ogni concetto esprimibile. Gli succedono la Pascalina, proto-computer creato da Blaise Pascal, e poi un pre-calcolatore ideato da Leibniz, capace di moltiplicare i numeri ma anche di elaborare concetti.

Ecco il secondo dilemma: una macchina in grado di recepire concetti e ripeterli, può pensare; in quanto macchina, sarà priva di tutti quegli errori di calcolo umani e darà sempre la stessa risposta; cosa le impedirebbe allora di sostituirsi a Dio, se fosse tanto perfetta? Risponde Swift tramite le parole del suo Gulliver: si tratta di macchine solo apparentemente capaci, ma in realtà superficiali e in alcun modo capaci di comprendere quanto “dicono”. Restando in Inghilterra, una giovanissima Mary Shelley – o, per meglio dire, May Wollstonecraft Godwin – immagina una Creatura, “figlia” del dott. Frankenstein, dotata di una rete neurale e animata dall’elettricità. “Il Demone”, come lo chiamava lo scienziato, fugge e, anche grazie al diario di Frankenstein, diventa sempre più critico verso la realtà e violento, dopo esser stato rifiutato dalla società per il suo aspetto esteriore. Porge dunque al suo creatore una richiesta particolare: vorrebbe una compagna. Quando però la creazione di questo secondo essere artificiale viene interrotta, per paura che i due simili si odino, o peggio, si riproducano, quello che ormai è un “Mostro” si vendica, uccidendo la futura sposa del dottore. Si tratta dello stesso mostro che, disgustato dalla cattiveria umana, si darà fuoco al Polo Nord per evitare che altri esseri come lui possano essere creati.

Terzo capitolo della storia dell’IA: cosa c’è di più attuale di una macchina che piano piano prende coscienza e arriva a provare un sentimento tanto tipico dell’uomo quanto la vendetta? Siamo tornati all’ira che acceca Achille e il cerchio si chiude. Forse allora le macchine non sono poi così diverse dagli uomini? Oppure, sono le due cose strettamente connesse e dipendenti l’una dall’altra? D’altronde, ci ricorda Arcagni, la prima definizione di “robot” altro non è che quella di un “essere umano che non si riproduce” (R.U.R., K. Čapek – 1920).

Giungiamo dunque al termine del nostro cammino nella letteratura: Jean Lévi immagina – partendo da ritrovamenti di armi e leggende cinesi millenarie – un mondo distopico in cui un “Grande Imperatore” fa sostituire gli esseri umani da automi, affinché le loro azioni, limitate da un numero finito di combinazioni possibili, siano prevedibili. Gli esseri umani sono dunque cacciati, costretti a nascondersi e imitare i robot, rischiando continuamente di essere smascherati e uccisi. 

Una lettura certamente più oscura e che ammonisce il pubblico: prima ancora che nelle macchine, o nell’utilizzo che ne facciamo, il rischio sta nel considerarle “aliene” rispetto all’uomo, il che ci ricorda il tema della NNLC di quest’anno (il celebre Homo sum di terenziana memoria). 

Simone Arcagni ci consiglia allora di non temere le macchina, ma di vederla come uno specchio di noi stessi. Sostiene che l’IA, come ogni altra cosa, nasca dalla combinazione hic et nunc di necessità e idee umane, e come queste ultime sia destinata a mutare, fino a scomparire prima o poi. “L’asservimento alla macchina è una proiezione umana”, dice. Non siamo dunque in un film di fantascienza con un budget troppo basso e registi troppo creativi, né dovremmo ipotizzare scenari apocalittici in cui le macchine prendono il sopravvento. Piuttosto, impariamo a lavorare con la macchina e non per la macchina, a comprenderla senza farci “prendere” da lei, insomma a conviverci.

Stella Camilla Brao

La redazione con Simone Arcagni
La redazione con Simone Arcagni

di admin

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