sostiene giordo immagineLeggendo il romanzo “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi, mi sono accorta che il protagonista, a differenza degli altri personaggi, non esprimeva mai opinioni o idee riguardo a ciò che lo circondava.

Così ho deciso di provare a rimaneggiare brevemente una parte della storia aggiungendo quelli che, secondo me, potevano essere i pensieri di Pereira.

Tengo sottolineare che non  ho scritto questo breve testo per criticare l’autore o il romanzo, ma per puro piacere personale.

Ricordo che camminavo giù dalla discesa per tornare a casa. Avevo appena pagato l’anticipo della camera di Bruno, cugino di Monteiro Rossi.

Ero molto sconcertato dalle idee politiche di quei ragazzi; temevo soprattutto per Marta. Lei influenzava Monteiro in modo negativo, lo spingeva all’eccesso senza che lui se ne accorgesse, era in grado di fare pensare al ragazzo ciò che voleva lei, e lo strumentalizzava a suo vantaggio.

Il giovane, fragile e indifeso, era una facile vittima di quell’arpia (sempre Marta). Io mettevo in guardia Monteiro poiché provavo un senso di protezione paterna per quel fanciullo alto e dinoccolato che avrebbe potuto essere mio figlio.

Arrivato a casa mi tolsi la giacca. Come al solito avevo la camicia bagnata dal sudore ma ciò non mi convinse a lavarmi poiché, dopo qualche minuto, sarei nuovamente uscito.

Camminando ripensai involontariamente  a Rossi; lo avevo incontrato la prima volta a una festa salazarista a cui mi aveva invitato e ora, in poco tempo, lottava contro la repubblica e falsificava passaporti con suo cugino.

Lo avevo ingaggiato per scrivere necrologi anticipati di persone famose e, momentaneamente, mi aveva fornito soltanto un paio di pezzi impubblicabili arricchiti con contenuti democratici che demonizzavano il governo che mi ostinavo a conservare con la speranza di pubblicarli un giorno. 

Mi sembrava tutto un paradosso, come se la strada che avevo percorso fino a quel momento, tutto d’un tratto curvasse bruscamente in un altra direzione e ogni mio tentativo di tornare sulla via principale fosse vano. La mia unica opzione era quindi quella di avanzare lungo quel sentiero travagliato e impervio che il Signore aveva scelto per me.

La mattina seguente mi svegliai e, presa la valigia, andai verso la stazione; arrivai poco prima che il treno partisse e, una volta salito, mi addormentai.

Giunto alla clinica talassoterapica mi fu presentato il dottor Cardoso, uomo affabile, colto e sicuro di sé; mi disse che aspirava ad andare in Francia per approfondire i suoi studi per poi ritirarsi a vita privata con la moglie.

Fu lui la prima persona con cui mi confidai; gli raccontai di mia moglie, di Don Antonio, dei ragazzi, degli interrogativi che ogni giorno affollavano la mia mente e della sensazione di protezione paterna che si impossessava di me ogni volta che pensavo a Monteiro.

Per la prima volta vidi tutto sotto una luce diversa e accettai di cambiare.

Oggi, a mente fredda, riesco a capire che quel giorno segnò il mio destino: quella chiacchierata, quelle parole, quella voce e quel volto, mi fecero aprire gli occhi.

La vita che stavo vivendo ormai in modo meccanico, come un fantasma, sembrava un tunnel senza uscita, soffocante, in cui mi ritrovavo assopito e oppresso: ne uscii.

La denuncia delle oscenità e del terrore che il governo stava perpetrando, fu l’ultima azione che feci prima di scappare; il culmine della mia libertà, dei principi che mi rappresentano e del mio pensiero.

Oggi sono fiero del mio operato, di quello che ho compiuto e di come ho agito anche se, quando ripenso al crudele destino toccato a quei ragazzi, i sensi di colpa mi attanagliano. Avrei voluto aiutarli maggiormente quando ero ancora in tempo, ma ora, egoisticamente, penso che se non fossero morti vivrei ancora nell’indifferenza e nell’ignoranza.

Rebecca Giordo

 

    

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