Sabato tre gennaio. Due di notte. Sud America.
Donald Trump attacca il Venezuela. Bombarda il parlamento e alcune sedi militari. Le vittime civili sono circa quaranta.
Caracas dichiara lo stato d’emergenza; Cina, Russia, Brasile e Cuba condannano l’azione statunitense.
Di fatto, Trump sequestra Nicolas Maduro, il leader del chavismo e presidente del Venezuela da oltre dieci anni. Lo accusa di narcotraffico, autoritarismo e terrorismo.
Dal 2013, il successore di Hugo Chavez ha governato in modo autoritario ed è stato accusato da USA e UE di brogli elettorali, repressione, corruzione e legami con il narcotraffico. Non va però dimenticato un piccolo particolare: il Venezuela ha le più grandi riserve petrolifere del mondo e questa componente economica rende la questione non solo militare e politica, ma anche energetica.
Il settore energetico rappresenta infatti l’88% delle entrate da esportazioni del Venezuela, pari a circa 24 miliardi di dollari l’anno, mentre il restante 12% è composto quasi interamente da prodotti petrolchimici.
Da un lato, molti venezuelani hanno festeggiato la liberazione dalla repressione socialista di Maduro, ma dall’altro sono però sorte numerose polemiche.
Il presidente cileno Gabriel Boric Font, per esempio, ha condannato le azioni statunitensi affermando che “la crisi venezuelana doveva risolversi mediante il dialogo e l’appoggio del multilateralismo, e non attraverso la violenza né l’ingerenza straniera”; il ministero degli Esteri russo, guidato da Serghei Lavrov, ha invece dichiarato che “se confermato, costituirebbe una grave violazione della sovranità e della legge internazionale”. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha infine affermato che “ogni soluzione deve rispettare la legge internazionale”.
Al di là delle questioni giuridico- internazionali, il fatto che il Venezuela sia – almeno all’apparenza – libero dalla dittatura del leader chavista è, senz’altro, una grande vittoria. Migliaia i video andati virali sui social in cui sia i più giovani, sia i più anziani si commuovono per il ritorno della libertà.
Una libertà che i più piccoli non avevano avuto la possibilità di assaporare. Nati e cresciuti sotto un regime dispotico, dettato da repressioni, malesseri profondi radicati in una società ormai in crisi e in preda al caos più estremo. Tanti i paesi che, ad oggi, sono governati da personaggi dispotici, banalmente definibili come dittatori, che privano della base della nostra vita: la libertà. Eclatante esempio quello della Corea del Nord, in cui il popolo non è altro che un automa comandato dal narcisista Kim Jong-un e i cittadini sembrano aver perso qualsiasi forma di emozione e di indipendenza per sottomettersi al grande capo.
Nel caso del Venezuela, l’ambita libertà è stata però ottenuta grazie all’intervento, peraltro illecito, degli Stati Uniti.
Non è una storia nuova: già nell’Adelchi di Manzoni il popolo italico si liberava dall’invasione longobarda, grazie ai franchi e Carlo Magno; eppure, poco dopo, sarebbero stati gli stessi franchi i nuovi oppressori.
Anche se non sempre fattibile fino in fondo (basti pensare alla fine del nazifascismo), dovrebbe essere il popolo a liberarsi in modo autonomo da invasori, da un dittatore o da un regime, perché l’eccessivo intervento di forze esterne non porta a nient’altro che a una vittoria transitoria e alla probabile affermazione di una nuova deriva autoritaria. Soprattutto quando chi interviene non è mosso da motivi etici, ma dal dio Denaro.
Lucia Tortorella