“Askatasuna vuol dire libertà!” è il grido delle migliaia di persone che hanno partecipato al corteo organizzato a Torino il 31/01/2026. I manifestanti si sono riuniti in vari punti della città tra cui Porta Susa, Porta Nuova e Vanchiglia.
Le motivazioni? Criticare il governo Meloni, lo sgombero del centro sociale e le nuove norme del decreto sicurezza.
L’edificio occupato da Askatasuna si trova in Corso Regina Margherita 47 ed è stato costruito nel 1880, ha poi ospitato il centro sociale dal 1996 al 2025 fino ad essere sgomberato dalla forza pubblica per ordine del Ministero degli Interni.
Lo sfratto è avvenuto a causa della violazione del patto formale concordato tempo prima con il comune: alcuni membri legati al centro sociale hanno infatti attaccato brutalmente la sede de La Stampa e occupato aree dell’Askatasuna che dovevano rimanere inagibili e interdette fino alla fine dei lavori di riqualificazione.
Il corteo del 31 gennaio sembrava essere iniziato in modo pacifico: i gruppi si erano riuniti e la manifestazione era partita dal centro città per convergere man mano verso la zona Regio Parco.
Intorno alle ore 18, circa 500 antagonisti si sono però staccati dal gruppo per andare verso Corso Regina, dove per diverse ore si sono registrati violenti scontri con le forze dell’ordine.
Tra tutti, un episodio risulta particolarmente grave.
Alessandro Calista, poliziotto ventinovenne, viene accerchiato da un gruppo di uomini incappucciati, i quali gli tolgono il casco, tirando numerosi calci e pugni. Poco dopo, un uomo prende in mano un martello e continua a percuoterlo violentemente. Sanguinante, l’agente viene infine portato di corsa alle Molinette insieme ad altri feriti. La contraddizione è in re ipsa: reclamare la propria libertà mentre si annienta quella altrui.
La manifestazione, quale espressione di libertà, è il diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi in piazze o strade. Chi ha colpito l’agente Calista non è un manifestante, ma un animale.
Dispiace pensare che, sempre più spesso, in manifestazioni con ideali condivisibili o meno, si intrufolino centinaia di personaggi violenti che calpestano il buon senso e trasformano il dissenso in atrocità.
Inoltre, molte vie della città sono state blindate. Molti negozi hanno chiuso per timore di subire atti vandalici. La città si è spenta per illuminare circa ventimila manifestanti, migliaia di uomini delle forze dell’ordine, elicotteri e ambulanze. I danni causati costeranno allo Stato, ancora una volta, ingenti somme di denaro che sarebbero state utili per migliorare scuola, sanità e tante infrastrutture. Molti i commercianti che non hanno potuto svolgere l’abituale attività lavorativa e altrettanti i cittadini bloccati a cui è stato impedito di passeggiare per le vie del centro. La libertà è fondamentale e ricercarla è necessario, ma si è sicuri che queste siano le giuste strategie? Fare politica significa prima di tutto saper vivere con gli altri in modo civile. “Civilis” in latino significa “attinente al cittadino”: lanciare bombe di carta, fumogeni e dare martellate a un poliziotto sono azioni attinenti a membri di una comunità? O piuttosto atti mossi da frustrazione e brutalità?
Fare politica significa anche agire in silenzio, senza mettere storie su Instagram in cui si professa pace e libertà alle manifestazioni e poi si agisce in modo del tutto opposto nella vita quotidiana. Andare ai cortei, per alcuni, è diventato un gesto mediatico o un pretesto per mettere in pratica violenze e atrocità, quando dovrebbe essere un ottimo e funzionale mezzo di dissenso.
La democrazia è la conquista più grande che i nostri avi hanno ottenuto e dovrebbe essere tutelata in modo dignitoso.
La Costituzione italiana è nota per il suo carattere democratico, inclusivo e solido, ma non deve diventare il paravento per le violenze e gli eccessi ingiustificati di pochi individui. La violenza va condannata. Tutta. Se vince la violenza, perde lo Stato.
Ma forse in fondo il vero problema è che nessuno ascolta più gli altri.
Le guerre, i conflitti, le infinite battaglie perse sono tutti eventi tragici dettati dalla perpetua mancanza di ascolto, di apprensione nei confronti del prossimo.
Tutti reclamano i loro diritti, ma nessuno parla mai di doveri. Tutti professano sempre la loro libertà, ma a volte eliminano quella del prossimo. Tutti parlano, ma nessuno ascolta.
Lucia Tortorella