Askatasuna, da 30 anni, è uno dei più noti centri sociali anticonformisti di Torino.
Il nome in basco vuol dire “libertà” e vuole riprendere la scelta di questo centro di occupare lo stabile in corso Regina Margherita 47, zona Vanchiglia.
Inizialmente i militanti del centro occuparono il 5 gennaio 1996 uno stabile in via Verolengo, dal quale furono sgomberati. Quindi il 15 ottobre 1996 una sessantina di militanti dell’area autonoma occuparono la palazzina dove fino ad un mese fa si trovava il centro.
Il 30 gennaio 2024 la giunta comunale di Torino ha approvato una delibera che riconosce l’edificio occupato come bene comune.
Il sindaco Lo Russo ha spiegato che l’obiettivo del Comune è garantire spazi di dibattito in un quadro di legalità e non violenza, anche a chi non la pensa come lui e come l’amministrazione comunale: “Per noi è estremamente importante che vi siano in città spazi in cui ci sia dibattito. Sono convinto che quello che fa la differenza tra una democrazia e una non democrazia è questo tipo di impostazione. Siamo consapevoli della portata politica che ha questa decisione. È un patto civico dentro il quale si garantisce l’utilizzo di un bene pubblico in un quadro di legalità”.
I patti tra Lo Russo e i referenti di Askatasuna non erano molti: l’occupazione doveva avvenire solo al piano inferiore e nessuno doveva abitare nella struttura in quanto non sicura.
Il 28 novembre 2025, durante le manifestazioni per lo sciopero nazionale, un gruppo di attivisti, non dichiarati e di incerta appartenenza, ha assaltato la sede del quotidiano torinese La Stampa. Dopo accurate indagini alcuni di questi attivisti sono stati riconosciuti come membri di questo centro sociale.
Così il 18 dicembre 2025 il sindaco di Torino ha ritenuto opportuno interrompere l’accordo con Askatasuna e lo stesso giorno la DIGOS ha deciso di porre fine a questa occupazione che andava avanti da oltre trent’anni. Infatti in quei giorni sei persone erano state scoperte a dormire al secondo piano dell’edificio; e questo, aggiungendosi all’assalto alla redazione della Stampa, aveva fatto precipitare la situazione.
Il 31 gennaio 2026, simpatizzanti e persone associate al centro hanno organizzato un corteo cittadino che secondo gli organizzatori contava tra le 50 e 60 mila persone, secondo la questura non più di 20 mila.Il corteo era diviso in 3 distinti gruppi, che partivano dalla stazione di Torino Porta Susa, dalla stazione di Torino Porta Nuova e dal polo universitario di Palazzo Nuovo.
Il corteo di Porta Susa si è mosso congiungendosi a quello di Porta Nuova, accodandosi e proseguendo insieme fino ad incontrare il corteo partito da Palazzo nuovo circa all’incrocio tra Corso Cairoli e Lungo Po Antonelli, dove il corteo proveniente dall’università ha diretto il movimento. I tre gruppi hanno poi proseguito il loro percorso verso nord, arrivando all’incrocio con Corso San Maurizio, che hanno percorso fino a raggiungere il Rondò Rivella. Da qui alcuni presenti (secondo alcune ricostruzioni non sarebbe chiaro se siano riconducibili ai gruppi partecipanti), per la maggioranza a volto coperto, si sono diretti verso il centro sociale percorrendo Corso Regina Margherita e raggiungendo il cordone di polizia che lo proteggeva.
Queste persone si sono avvicinate alle forze dell’ordine e a quel punto sono iniziati gli scontri; il video di uno di questi è diventato virale sui social.
Alessandro Calista è un poliziotto di Padova che, rimasto privo del casco di protezione durante i tafferugli, è stato colpito a più riprese riportando ferite e contusioni.
Il 29enne nel corso dell’intervista ha dichiarato durante un’intervista: “sono un po’ amareggiato, ma mi sento bene. La manifestazione si è rivelata essere molto violenta, c’è stata una escalation di violenza da parte dei manifestanti nei confronti degli operatori di polizia. Doveva essere una manifestazione pacifica invece è diventata tutt’altro. Penso che chiunque avrebbe avuto paura. Ma con tutti gli addestramenti che facciamo sono riuscito a gestirla al meglio”. Ai dubbi di tanti che si sono chiesti dove fosse la sua squadra mentre lui veniva aggredito l’agente ha risposto: “La squadra è sempre stata vicina a me. Ma gli attacchi dei manifestanti arrivavano da tutte le parti, quindi cercavamo di contenere un po’ il tutto, poi mi sono ritrovato nella ressa, mi hanno spinto giù e, da là è successo quello che è successo”.
Come mai si è scatenata tutta questa violenza? Perché la manifestazione non è rimasta pacifica come avrebbe dovuto essere?
Sono domande a cui bisognerebbe dare una risposta.
Sofia Gullà