braoSe fossi parte del corpo di Polizia al giorno d’oggi, mi indignerei.

Principalmente perché sempre più si sta impedendo alle forze dell’ordine di svolgere il loro lavoro correttamente, mentre, con l’aumentare della polarizzazione politica, cresce anche il rischio a cui sono esposti gli agenti.

Mi spiego meglio. 

Riprendendo le parole di Pennac, in occasione del Festival della Cultura Francese, “viviamo in un’epoca incredibile in cui si perde la ragione, un’epoca assai pericolosa e dallo spirito maligno”. La società odierna, a dirla tutta, si può dividere in quattro categorie. In primis vengono coloro che, al grido di “poveri comunisti!”, odiano tutto quanto si distacca dalla norma e spesso manifestano la loro volontà di “chiuderli tutti in cella e buttar via la chiave”. Ci sono poi i fermi oppositori, che non sanno esattamente a cosa si stia andando contro, ma rendono sempre più evidente il loro dissenso, cercando di cacciare i “puffi infami”. Ma il problema è un altro: la stragrande maggioranza delle persone, figlia della Seconda Repubblica, della politica se ne frega altamente, minimizzando quanto accade e lasciando che la Storia faccia il suo corso indisturbata. Vi sono infine quei pochi che si fermano a pensare e ragionare su quanto succeda, mettendosi in dubbio e rivalutando le loro posizioni, ma ormai si tratta di una specie rara, a rischio di estinzione.

Immaginiamo una città, in cui ha luogo una manifestazione violenta, che sfocia nell’assalto ad un edificio privato: a rigor di logica, bisognerebbe arrestare immediatamente i responsabili, in modo da restaurare il più in fretta possibile l’ordine pubblico, come richiede lo Stato di Diritto. 

Ma a Torino questo non è successo. 

Perché, sebbene ci siano state identificazioni, denunce e indagini, gli arresti direttamente legati all’assalto alla sede della Stampa risultano limitati, non sistematici e senza l’attuazione di misure definitive. Se è vero, com’è vero, che tutti i presenti alla Stampa frequentano Askatasuna, non tutti coloro che frequentano Askatasuna erano presenti alla Stampa. E dunque, perché sgomberare un centro sociale conosciuto prevalentemente per l’organizzazione di eventi e iniziative di quartiere, quando non si erano conclusi i processi riguardanti l’assalto al quotidiano torinese e ufficialmente mancavano le premesse giuridiche per un’ispezione?

Non soltanto questo ha inasprito gli animi dei militanti, ma soprattutto non ha fatto altro che marcare sempre di più la polarizzazione, in seguito a scelte ministeriali che hanno di fatto scavalcato Comune e Questura. 

Lo strascico seguito allo sgombero è stato altrettanto interessante. Si è passati da un presidio di sorveglianza permanente dell’ingresso del centro sociale, garantito da due furgoni del Reparto Mobile, a una sempre più sparuta presenza di agenti, al singolo agente di turno, con la gran parte dei colleghi in pausa al bar dell’angolo.

E arriviamo al 31 gennaio, giorno della famigerata manifestazione nazionale. Di fronte a – a seconda delle fonti – tra 20.000 e 60.000 persone accorse da tutta Italia per protestare, molte zone sono state transennate, le strade svuotate e i negozi chiusi. Ad eccezione di Corso Regina Margherita, nel quale, al civico 47, si trova Askatasuna; un corso centrale, certo, che però è rimasto aperto e curiosamente sguarnito. 

Un corteo che, va ricordato, per la maggior parte del tempo si è dimostrato pacifico e ha seguito le direttive date dalla Giunta Comunale, manifestando in maniera del tutto civile. Come prevedibile, però, verso la fine del percorso uno spezzone del corteo ha deviato verso Corso Regina, trasformando la protesta in una guerriglia urbana di fronte all’edificio, che ha visto moltissimi cassonetti e un mezzo della polizia incendiati, un uso smodato di idranti e lacrimogeni ad altezza uomo, cariche da entrambe le parti e due agenti trasportati in ospedale. Questi ultimi, a detta dei giornali in punto di morte fino alla visita della Presidente del Consiglio alle Molinette, non sembrano peraltro aver riportato ferite gravi, al contrario di molti tra i manifestanti.

Ma lasciamo da parte i manifestanti che, volendo esagerare, “se la tirano”. I poliziotti sono lì per garantire la sicurezza. Tutto quanto riguarda queste vicende non ispira affatto fiducia in questo senso: al contrario, sembra che si cerchi solo l’elemento scandaloso, l’indignazione, l’odio, la violenza, il morto. Non fa che mettere in pericolo gli agenti che istituzionalmente dovrebbero essere al fianco dei manifestanti, ma in questa maniera sono solo accecati dalla rabbia.

Oggi non si vedono più gli agenti al bar: sono nuovamente di fronte al civico 47, seri e minacciosi – anche se già ogni tanto li si può vedere appoggiati al muro, sigaretta accesa, magari anche una birra, intenti a chiacchierare, come le persone normali che sono.

E allora, quanto ancora bisogna aspettare perché si inizi a vivere come una comunità coesa e solidale, smettendo di avere paura di tutto quanto non ci è vicino? Ma soprattutto, considerando che in politica nulla viene fatto senza uno scopo, a chi giova tanta discordia?

 

[…]
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
[…]
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
è lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
[…]
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici. 

P. Pasolini, Il PCI ai giovani, «L’Espresso», n. 24, 16 giugno 1968, 13.

Stella Camilla Brao

di admin

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